Il lungo viaggio di un nuovo farmaco dal laboratorio alla farmacia
Vittorio Rosti, Centro per lo Studio e la Cura della Mielofibrosi Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo
Affinchè un farmaco di nuova sintesi possa venire messo in commercio occorre che venga sottoposto ad una sperimentazione clinica, spesso definita come “trial clinico”. La stessa procedura si applica quando un farmaco già approvato e quindi disponibile in farmacia o in ospedale per la cura di una determinata malattia potrebbe essere utilizzato per curarne un’altra nella quale si ha ragione di ritenere che possa essere efficace.
La sperimentazione è necessaria per verificare che il nuovo farmaco non sia dannoso per l’essere umano e che sia efficace per curare la malattia per la quale è stato sintetizzato. In realtà, per arrivare alla sperimentazione clinica, il farmaco in questione viene sottoposto ad una prima sperimentazione cosiddetta “pre-clinica” che viene condotta in laboratorio in provetta ed in animali da esperimento. Una volta superata la fase preclinica (nella quale emergono una potenziale efficacia del farmaco e soprattutto i limiti della sua tossicità) si passa alla sperimentazione clinica vera e propria che coinvolge l’essere umano. Questa sperimentazione clinica passa attraverso diverse fasi, ognuna con caratteristiche e finalità ben precise e rigorosamente successive una all’altra: solo quando una fase della sperimentazione si è conclusa e ha dato esito positivo si può passare alla successiva. Tali fasi sono chiamate fase 1, fase 2, fase 3 e fase 4.
La sperimentazione clinica di fase 1 è il primo test del farmaco nell’essere umano: il suo obiettivo primario e principale è quello di verificare quanto il farmaco sia tollerabile e quali effetti collaterali esso può dare e di stabilire di conseguenza il dosaggio massimo al quale il farmaco può essere somministrato. Le persone sulle quali il farmaco viene testato sono solitamente soggetti adulti volontari sani ed il numero totale di soggetti coinvolti nella sperimentazione non supera poche centinaia. Se il farmaco in oggetto è destinato a gravi patologie esso può essere sperimentato anche su pazienti affetti da quelle patologie, ma sempre volontari, in numero ridotto e sempre con l’obiettivo principale di testarne la sicurezza.
Le sperimentazioni di fase 1 (che possono durare fino a 2-3 anni), proprio per il loro carattere di novità, sono rigidamente sottoposte a controlli da parte dell’autorità regolatoria del farmaco (in Italia tale ente si chiama AIFA) e possono essere condotte solo in pochi centri autorizzati. Una volta terminata con evidenza di non tossicità (o di tossicità limitata) la sperimentazione di fase 1 si può passare alla sperimentazione di fase 2. Va ricordato che più della metà dei farmaci che iniziano la sperimentazione di fase 1 non supera questa fase e pertanto la loro sperimentazione termina già in questa fase. Nello studio di fase 2 inizia a essere indagata l’attività terapeutica del farmaco, cioè la sua capacità di produrre nell’uomo gli effetti curativi desiderati. Anche in questa fase possono essere arruolati, sempre su base volontaria, sia pazienti che volontari sani. Questa fase serve inoltre a comprendere quale sarà la dose migliore di farmaco da sperimentare nelle fasi successive.
Il numero di soggetti arruolati nello studio aumenta, rispetto alla Fase 1, ma resta ancora nell’ambito delle centinaia. Se anche lo studio di Fase 2 dà risultati positivi (confermando la sicurezza del farmaco e mostrando segni di efficacia terapeutica) può essere avviata una sperimentazione di fase 3. Lo studio di fase 3 serve a determinare quanto è efficace il farmaco, se ha qualche beneficio in più rispetto a farmaci simili già disponibili in commercio e qual è il rapporto tra rischio (effetti collaterali) e benefici (cura della patologia). In questo caso vengono arruolati centinaia o anche migliaia pazienti, sempre su base volontaria.
Spesso questi studi vengono condotti in forma “randomizzata”: il paziente viene assegnato casualmente a ricevere il nuovo principio attivo o un farmaco di controllo (in genere il trattamento standard usato per la patologia oggetto della ricerca) oppure un placebo: questa procedura assicura che i gruppi di pazienti in studio siano simili per tutte le caratteristiche salvo che per il medicinale (o il placebo) assunto. Sarà quindi possibile attribuire ogni effetto sulla salute dei partecipanti esclusivamente al trattamento e non a errori o al caso. Oltre che la valutazione dell’efficacia, durante questa fase vengono controllate anche l’insorgenza, la frequenza e gravità degli effetti indesiderati. Al termine della sperimentazione di fase 3 (che può richiedere anche 3-4 anni), se i risultati hanno confermato la tollerabilità del farmaco e ne hanno dimostrato l’efficacia, possono essere avviate le procedure che conducono alla registrazione del farmaco e, di conseguenza, all’autorizzazione all’immissione in commercio.
A questo punto il farmaco diviene disponibile per la prescrizione a tutti i pazienti che hanno l’indicazione ad assumerlo. Tuttavia, pur se immesso in commercio, una ulteriore fase di sperimentazione deve essere ancora svolta. Si tratta della fase 4: essa include gli studi condotti dopo l’approvazione del farmaco; è detta della “sorveglianza post marketing” perché viene attuata dopo l’immissione in commercio. In questa fase, che può durare qualche anno, si acquisiscono ulteriori e nuove informazioni e vengono valutate le reazioni avverse più rare, quelle che negli studi clinici non potevano emergere, ma che con l’uso di massa del nuovo farmaco possono diventare rilevabili. E’ quindi evidente come possano passare molti anni (8-10 e talvolta di più) dal momento in cui un farmaco inizia ad essere valutato come potenziale terapia (Fase 1) a quando viene immesso in commercio (conclusione della fase 3). Può sembrare un tempo enorme, addirittura eccessivo, visto dal punto di vista dei pazienti che potrebbero beneficiare del nuovo farmaco: tuttavia è un tempo necessario per poter essere certi della sua efficacia e tollerabilità.
Una efficacia non chiaramente dimostrata potrebbe tradursi in un trattamento che non è in realtà in grado di curare adeguatamente il paziente. Una tollerabilità non perfettamente definita potrebbe tradursi in effetti collaterali il cui peso è superiore a quello dei benefici offerti al paziente.